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Scritto da Administrator   
Giovedì 23 Luglio 2009 17:30
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Ripubblichiamo l’autobiografia, aggiornata e rivista, di Rosario Russo. Ricordiamo che questo spazio è pensato per tutti coloro che, avendo lasciato Zafferana, si sentono ancora legati a questa terra. Chi volesse raccontare la sua storia può inviare un'email a zafferanapolis@gmail.com

 

   

Rosario Russo

Caro Fabio,

accolgo di buon grado il suo invito a raccontare la mia “storia” da collocare, eventualmente, nell’ipotizzato spazio da dedicare ai zafferanesi sparsi nel mondo, ma ancora legati alla terra d’origine.

Comincio col dire che sono il penultimo di sette fratelli, tutti nati e cresciuti a Zafferana; nell’ordine:

Sebastiano (nato nel 1919, morì all’età di 70 anni) da sempre fornaio con panificio;

Giuseppe (nato nel 1921, morì a 74 anni) prima mugnaio e poi commerciante di farine;

Alfio (nato nel 1924) ora risiede in Australia, ove emigrò nel 1948;

Nerina (nata nel 1926) ora risiede a Catania;

Salvatore (nato nel 1928, morì a 72 anni) padre dell’attuale Sindaco, mugnaio e poi commerciante di farine, sempre in società con il fratello Giuseppe;

Rosario, lo scrivente (nato nel 1932) ora risiedo a Rimini;

Santo (nato nel 1937, morì all’età di 63 anni) commerciante di generi alimentari.

Mia madre mi raccontava che, aiutata dalla “mammana”, mi aveva messo al mondo in un locale del nostro mulino; ciò in quanto l’appartamento dove la famiglia normalmente abitava, d’estate (io sono nato in agosto), veniva affittato ai villeggianti.

Per la mia famiglia quelli erano tempi assai duri. Mio padre, per affrancarsi dal duro lavoro di boscaiolo, aveva preso una decisione, per l’epoca davvero coraggiosa. Dopo aver messo assieme i suoi risparmi (scarsissimi), il ricavato (pure esso non enorme) della vendita del pometo portato in dote da mia madre e una consistente mole (questa sì, grande!) di debiti contratti, impiantò a Zafferana il primo “mulino a cilindri” del comprensorio.

                Le cose, però, nei primi anni non andarono nel verso giusto: la gente non era abituata a servirsi del molino a cilindri; le bocche da sfamare erano tante (sette, quelle solo dei figli negli anni trenta); e poi c’erano i creditori da soddisfare!

                E così, mentre mio padre si dava da fare lavorando anche come fattore per conto di un grande proprietario terriero del paese e come affittuario di vigneti della zona, per raggranellare qualche lira, d’estate affittava la casa ai villeggianti e tutta la famiglia traslocava al piano sottostante in una sorta di magazzino ubicato sul retro del mulino.

                Della mia infanzia ho ricordi stupendi: da piccolissimo c’erano “i fatti” (favole per i non siciliani) raccontati dallo “zu Peppino” (che zio non era, ma lo diveniva per rispetto) a tutti i bimbi del vicinato, per strada, raggruppati davanti alla porta di casa.

                Più grandino, mi ricordo libero di scorazzare e di giocare per le strade, di cimentarmi in imprese che consideravo pericolose; di commettere qualche monelleria che, se scoperta, veniva puntualmente punita a suon di sganassoni. Mio inseparabile compagno di giochi e di avventure era il mio coetaneo Giovanni Grasso, ora apprezzato apicoltore.

                Miei insegnanti alle scuole elementari sono stati: il Maestro Russo (padre) nelle prime tre classi; il Maestro Grasso in quarta e il Maestro Salemi in quinta (quest’ultimo, contemporaneamente all’attività di insegnante, svolgeva quella di Giudice conciliatore). Di tutt’e tre i maestri, e in particolare del Maestro Russo, conservo sentimenti di viva riconoscenza.

                Al termine delle scuole elementari, il Maestro Salemi ebbe la felice idea di dire ai miei genitori che io mostravo di possedere le qualità di base per poter continuare gli studi (a quel tempo, l’obbligo scolastico terminava con la quinta elementare).

                Per inciso, al riguardo, devo aggiungere che nessuno dei miei fratelli aveva proseguito la scuola oltre quella dell’obbligo, e ciò non tanto perché essi non ne avessero le attitudini, ma perché le condizioni economiche della famiglia non lo consentivano.

                Ad ogni modo, la sortita del Maestro Salemi sul mio conto non fu molto gradita a mio padre; egli avrebbe preferito che io non fossi “distratto” dagli studi e che invece venissi destinato ai mestieri di famiglia, che, a quel tempo (correva l’anno 1943) erano quelli di:

panettiere (c’era un gran bisogno di aiuto, dato che i miei fratelli maggiori si trovavano sotto le armi);

mugnaio (il pensiero dei rischi che corsi in mezzo quell’accozzaglia di cilindri, pulegge e cinghie in movimento, ancora oggi mi fa accapponare la pelle);

 oppure quello, per usare un termine nobile,

c) di viticoltore (alias: trasportatore a spalla di concimi per le viti o acqua verderamata per irrorarle; raccoglitore di sarmenti potati; estirpatore di erbacce; defogliatore di viti; zappatore o scavatore di solchi; ecc.).

                Cosicché, un po’ per tale motivo, un po’ perché per frequentare una scuola media dovevo trasferirmi ad Acireale o a Giarre (ed io nel ‘43 avevo appena 11 anni), un po’ perché gli strascichi della guerra si facevano ancora sentire, un po’ perché allora non c’erano mezzi pubblici o privati che collegassero il nostro paese con tali località, fatto sta che quell’anno non venni mandato a scuola ed io conobbi la dura vita del lavoro nei vigneti. Tutto ciò, devo confessare, rafforzò non poco la mia propensione agli studi e, probabilmente, costituì un efficace stimolo a far bene per non ritornare a fare i cosiddetti mestieri di famiglia.

                Comunque, un bel giorno dell’autunno 1944, mio fratello Peppino, rompendo ogni indugio, mi caricò sul telaio della sua bicicletta e mi portò a Giarre ove mi iscrisse alla scuola di avviamento industriale.

                I miei optarono per Giarre in quanto avrei potuto soggiornare a Codavolpe di Treppunti, ove abitavano un fratello e una sorella di mia madre. Questo, comunque, mi costringeva ad una camminata di circa 1 ora per raggiungere la scuola e un’altra di pari durata per il ritorno. E, ancor peggio, era il fine settimana, quando tornavo a casa: a 12 anni, il lunedì dovevo partire alle 4 del mattino, percorrendo buie scorciatoie, dove, mi avevano detto, che avrei potuto incontrare briganti che mi avrebbero rubato la “spesa” che la mamma mi aveva dato per il vitto settimanale.

                Credo di avere paura ancora oggi…

                In merito al tragitto, allorché, una volta, ne ho mostrato con orgoglio la difficoltà alle mie figlie, una delle due, sicuramente la meno affezionata allo studio, (che non nomino per amore di padre) ha commentato: “Non capisco: ma ti piaceva così tanto di andare a scuola?”.

                Ritornando alla scelta del tipo di scuola, scelta a cui peraltro non partecipai, devo dire che essa scaturì da valutazioni di natura pragmatica: dalla sua frequenza potevo ricevere una formazione eminentemente pratica e, quindi, il conseguimento di un titolo di studio un domani più facilmente spendibile nel lavoro.

                Debbo dire che frequentai la scuola di avviamento con molto profitto, anche perché, non avendo nessuno con cui giocare durante le ore libere, non mi restava altro che dedicarmi allo studio.

                Continuai poi gli studi a Catania, ove non potei che iscrivermi all’Istituto Tecnico Industriale.

                In questa città, abitavo presso famiglie e, di norma, dividevo una camera con gli altri studenti che, come me, per motivi di distanza ovvero per mancanza di mezzi di collegamento compatibili con gli orari scolastici, non potevano giornalmente tornare a casa. In una di queste famiglie, divisi la camera per due anni scolastici (1949-50 e 1950-51) con il più caro dei miei amici, come un fratello: il geom. Mario Fichera, la cui recente scomparsa ha lasciato anche in me un vuoto incolmabile.

 

                Circa la frequenza dell’Istituto Industriale, devo dire che essa presentava non poche asperità. Intanto, la durata delle lezioni che si svolgevano per l’intero arco della giornata (d’inverno si entrava a scuola con i lampioni accesi e si usciva con il buio rischiarato dagli stessi lampioni). La preparazione delle lezioni doveva, pertanto, aver luogo la sera o il mattino prima di andare a scuola.

                E poi era sempre incombente il rischio della bocciatura o di essere rimandati: di norma, le prime, divise in 5 sezioni, composte ciascuna di circa 30 studenti, in quinta si riducevano a 2 sezioni di 15-20 diplomandi ciascuna.

                Nonostante ciò e le non infrequenti distrazioni amorose, giunsi regolarmente al termine degli studi (estate 1952), senza incorrere in intoppi degni di menzione.

                Fu quello, il 1952, l’anno decisivo della mia vita.

                Fra le varie alternative che mi si prospettavano, optai per quella che poteva consentirmi, per intanto, di rinviare ogni decisione definitiva; cioè, scelsi di sbarazzarmi del servizio militare, che, allora, rappresentava davvero una pesante palla al piede per i giovani che si affacciavano alla vita lavorativa.

                Chiesi, quindi, di assolvere il servizio di leva mediante la frequenza della Scuola Allievi Ufficiali di Complemento. Dopo essere stato sottoposto ad una sequela interminabile di esami medici e clinici e di tests attitudinali e psicologici, venni ammesso alla Scuola. Dal febbraio al dicembre 1953 frequentai il corso, prima, ad Ascoli Piceno e poi a Caserta. Conseguito il grado di sottotenente di Cavalleria, venni assegnato al Reggimento “Lancieri di Aosta” allora di stanza a Reggio Emilia (ora è dislocato a Palermo).

                Accadde, però, che nel periodo in cui indossai l’uniforme, si sprigionarono in me tali e tanti ardori patriottici e propensioni alla vita militare da indurmi, una volta assolto l’obbligo di leva, a chiedere di essere trattenuto in servizio. Ottenutolo (dei dodici del Reggimento che ne avevano fatta istanza, ne siamo stati prescelti due) mi dedicai alla vita militare con vera e profonda passione.

 

                Il trattenimento in servizio, seppur mi assicurava uno stipendio decoroso e una non disprezzabile progressione di carriera (fra permanenza in servizio, richiami e frequenza di corsi vari raggiunsi il grado di Tenente Colonnello), non mi garantiva però il “posto fisso”: ero destinato a restare di “complemento”, cioè un “precario”; ed io, invece, non potevo permettermi di non lavorare avendo già una famiglia da mantenere.

                Infatti, a Reggio Emilia ero convolato a giuste nozze con la ragazza di cui mi ero innamorato in età adolescenziale e dalla quale avevo avuto un figlio (Angelo, che ora ha 56 anni).

                E così nonostante il rammarico di dover appendere al chiodo la divisa, mi decisi ad inoltrare una domanda di partecipazione ad un concorso statale per 30 posti di ispettori del lavoro della carriera di concetto.

                L’esito felicissimo di tale concorso (mi classificai primo in Italia su oltre un migliaio di partecipanti), segnò definitivamente la mia vita.

                Su mia richiesta (al 1° classificato era riservata la possibilità di scegliere la sede di servizio) venni assegnato all’Ispettorato del Lavoro di Parma (scelsi questa sede per rendere meno penoso il distacco dal mio Reggimento e dai miei  amici di Reggio Emilia, città, questa, allora, non ancora sede di Ispettorato del Lavoro).

                A Parma, ove rimasi dal 1957 al 1968, vuoi perché ringalluzzito dall’esito del concorso, o forse perché dal nuovo lavoro traevo notevoli soddisfazioni personali, mi mossi in due direzioni: mi iscrissi alla facoltà di economia e commercio (l’unica a cui allora si poteva accedere con il mio titolo di studio) dell’Università di quella città (ne uscii laureato, senza lode e senza infamia, nel 1967) e, contemporaneamente, mi preparai per affrontare un concorso per l’assunzione di 15 ispettori del lavoro della carriera direttiva, concorso conclusosi con esito positivo. Oggi posso affermare che il conseguimento della laurea e il superamento di quest’ultimo concorso, hanno segnato il secondo passaggio più rilevante della mia vita professionale (il primo è stato quello connesso al servizio militare).

                L’assegnazione delle nuove funzioni mi portarono a prestare servizio, prima, come vice direttore dell’Ispettorato del Lavoro di Forlì (1968-71) e, poi (dal 1971 al 74) come direttore dell’Ispettorato del Lavoro di Piacenza (la nomina a quest’ultimo incarico mi è stata conferita all’età di 38 anni e, a quel tempo, ero il più giovane dirigente degli Ispettorati del Lavoro d’Italia).

                Seguì un periodo di servizio a Roma presso il Ministero del Lavoro (1974-75) e l’assegnazione a Rimini (1976-79) con il compito di creare e, quindi, dirigere il nuovo Ispettorato del Lavoro che lì non esisteva.

                Successivamente, nell’ordine, assunsi la direzione degli Ispettorati provinciali di Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro-Urbino, e Ancona.

                Infine, nel 1988, venni nominato direttore dell’Ispettorato Regionale del Lavoro delle Marche, incarico che mantenni fino al 1992, allorquando rassegnai le dimissioni dall’impiego. E ciò in quanto l’appartenenza all’Ispettorato del Lavoro, in posizione di comando, se per un verso mi aveva consentito di soddisfare talune mie non tanto recondite ambizioni personali, per altro verso mi permise di percorrere tutti gli stadi della carriera: da ispettore aggiunto a dirigente superiore, grado questo che, corrispondendo nell’esercito a quello di generale di brigata, costituiva il gratificante anello di congiunzione finale delle due più coinvolgenti passioni della mia vita.

                Va da sé che con l’aumentare dei gradi giungevano le onorificenze: Cavaliere; Cavaliere Ufficiale; Commendatore.

                Così, allo scoccare del 60.mo compleanno, messo al riparo con la pensione l’essenziale per affrontare la vecchiaia, ritenni che fosse giunto il momento di realizzare la mia terza passione: potermi dedicare a tempo pieno, e senza gli impicci insiti nella direzione di un ufficio, allo studio e all’applicazione del diritto del lavoro, del diritto sindacale e della legislazione sociale.

                Peraltro, affinché lo studio non fosse fine e a se stesso e per abbinare l’utile al dilettevole, appena cessato dall’impiego, mi iscrissi all’Albo dei Consulenti del Lavoro e aprii uno Studio per l’esercizio di tale professione.

                Lo Studio ha operato dal 1992 alla fine del 2008, dopo poco più di un anno dall’inizio della brutta malattia di cui dirò appresso e che mi ha costretto a cessare ogni attività.

                Devo dire che lo Studio ha operato a pieno regime in tutti i suoi 16 anni di esistenza: i suoi clienti erano prevalentemente altri professionisti (consulenti del lavoro, ragionieri commercialisti, responsabili del personale,  banche, ecc.).

                Lo Studio si è avvalso, anche se per un breve periodo, prima del suo matrimonio, di mia figlia Caterina e poi, di quella più stabile e duratura della mia seconda moglie, Ada, la quale mi ha regalato le nostre due figlie, ora rispettivamente di 37 anni (Caterina, a sua volta madre di Lucrezia) e di 36 anni (Sara, madre di Chiara e di Francesco), e che anche lei, ispettore del lavoro, svolse tale ruolo con tanta sagacia ed impegno da meritarsi il duplice incarico di vice direttore e dirigente del servizio di vigilanza  dell’Ispettorato del Lavoro di Rimini. Anche ad Ada venne conferita prima l’onorificenza di Cavaliere e dopo quella di Cavaliere Ufficiale (ironicamente, le dicevo: “certo che non mi va proprio bene di andare a letto con un cavaliere…””).

                Allorché, poi, nel 1992, come detto, mi dimisi dall’impiego per dedicarmi alla libera professione, anche lei si dimise per seguirmi nella mia nuova avventura, dedicandosi, più precipuamente, alla gestione del personale delle aziende assistite dallo Studio.

                Purtroppo, la malattia di cui ho fatto prima cenno, comparsa nella primavera del 2007 e resasi, piano piano, più invasiva, riverberò i suoi effetti perversi anche su mia moglie, tanto che lei, appena avuta la certezza della diagnosi, cessò quasi completamente di svolgere l’attività professionale.

                La malattia che mi ha colpito e che ha sconvolto, nel senso più pieno del termine, sia la mia vita che quella di mia moglie, ha un nome infame: “Sclerosi Laterale Amiotrofica”, conosciuta anche come SLA.

                E’ questa una patologia inguaribile e inarrestabile, a causa della quale i motoneuroni (le cellule nervose che trasmettono i comandi per il movimento dal cervello ai muscoli) muoiono prima del tempo, provocando alla persona colpita un progressivo indebolimento muscolare, conducendola alla completa paralisi. In genere, l’indebolimento colpisce prima i muscoli delle gambe, oppure delle braccia, estendendosi, poi, a tutti gli altri muscoli del corpo.

                Al momento in cui redigo queste notazioni (giugno 2009), quella infame che non oso nominare si è impadronita delle mie gambe e mi segnala che si accinge ad annientare le mie mani e le mie braccia.

                Tuttavia, questa stramaledetta malattia, fino ad ora, tre cose non è riuscita a togliermi: l’amore per la vita; la propensione alla lettura e all’ascolto e la possibilità (seppure con non poche difficoltà), di ritornare, anche quest’anno, al paese natio.

                Di quest’ultima facoltà concessami, voglio dire che la mia imminente venuta sarà la 56.a volta (escluse le puntate dovute a eventi straordinari, quali matrimoni, decessi, ecc.) che mi immergo, nei periodi feriali più o meno lunghi, nel mondo in cui sono nato e cresciuto: esattamente 56 volte, quanti sono gli anni della lontananza dalla mia “Zafarana”.

                Così facendo, peraltro, non faccio che rispettare la volontà dei miei genitori, i quali, in tempo utile, hanno predisposto ogni cosa perché io potessi stare vicino a loro in questa e nell’altra vita.

 

Rimini, 29 giugno 2009

Aggiornamento al 30 novembre 2010

 

                Nel 2009 rimasi a Zafferana dall’ultima decade di luglio fino a dopo i Morti.

                Durante tale periodo immagazzinai nel mio animo tutte le più belle sensazioni che Zafferana poteva offrirmi rivedendo i luoghi, le cose, le usanze dell’infanzia e dell’adolescenza; ammirando la maestosa e cangiante bellezza della nostra Montagna; volgendo lo sguardo verso quel variopinto e sterminato mare che congiunge la mia isola alla Calabria, di cui mi lascia intravedere l’ultimo lembo; intercettando gli odori ed i sapori di un tempo; riscaldandomi il cuore con il calore dell’affetto di tanti parenti, amici, …..

Nel corso di un incontro conviviale svoltosi nell’ottobre 2009, il Benemerito Kiwanis Club Zafferana Etnea volle gratificarmi chiamandomi a farvi parte, quale Socio onorario.

Ma Zafferana, approfittando forse del mio affievolito interesse lavorativo per Rimini, s’era ormai tanto impadronito di me da non accontentarsi di essere visitata una sola volta l’anno.

E così, ai primi di maggio del 2010, assieme a mia moglie (che nel frattempo si è affezionata al mio Paese), con il beneplacito dei miei figli (che quando possono mi vengono a trovare) sono tornato, anche anagraficamente, nella mia “Zafarana”, ove ancora mi trovo e ove verosimilmente finirò i miei giorni.

Qui, oramai, a Zafferana, il mio principale impegno quotidiano è volto ad accogliere tutte le possibilità che la vita mi può offrire, compatibilmente con le mie condizioni fisiche.

Allo stato, la malattia mi ha privato completamente dell’uso delle gambe e, in buona parte, di quello delle braccia e della parola.

Ma la “stramaledetta” non è ancora soddisfatta e, così, incontrastata e incontrastabile, progressivamente, prosegue la sua marcia verso l’obiettivo prefissosi: l’annientamento totale del mio corpo e di alcune mie funzioni vitali, quali la possibilità di deglutire e di respirare.

So, però, che essa non si impadronirà della mia mente e della mia anima. E questo mi basta.

                                                                                                              Rosario  Russo

 

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Aprile 2011 14:57
 

Commenti  

 
+2 #1 Armando 2010-09-09 01:01
Egregio sig. Rosario, sono rimasto a dir poco sbalordito del suo racconto, così preciso, così corretto, così fine, così colto e così pieno di saggezza. Le faccio i migliori auguri sperando che in molti nelle sue parole trovino un modello da seguire.
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